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mercoledì 21 marzo 2012

la colonia

Una riproposizione dei ricordi d'infanzia



Tanti e tanti anni fa vivevo in un paesino di montagna a mille metri s.l.m., l'economia del paese era basata  sul lavoro degli ultimi seggiolai ambulanti, ( lavoro tradizionale del paese) e sul lavoro dei minatori, anche questo era un lavoro tradizionale, poiché alla base del monte su cui sorgeva il paese, si trovava una miniera di pirite cuprifera, miniera che esisteva sicuramente fin dall'inizio del 1400, ma  quasi sicuramente estraevano il minerale già qualche centinaio d'anni prima.
Era questa la più importante miniera di pirite della Serenissima da cui ricavava il ferro, il rame e lo zolfo.
Tale miniera era in concessione alla Montecatini dal 1910 fino al 1962 anno della definitiva chiusura.
Tutti gli anni in quel dopoguerra, la Montecatini mandava in colonia sulla Riviera Romagnola i figli degli operai, così anch'io  mi feci le tre settimane di colonia marina.
Ricordo bene che non volevo allontanarmi dalla mia famiglia e per rendere meno pesante il distacco, mi venivano magnificate le bellezze del mare, mi raccontavano che nel mare terminavano la loro corsa le acque di tutti i fiumi e mi raccontavano che sopra il mare volavano gli aerei, così nella mia mente di fanciullo immaginavo una distesa d'acqua alimentata da una enorme cascata nella quale era confluita l'acqua di tutti i fiumi e sopra questa cascata come mosche, volavano gli aerei, poi venne il tempo della delusione quando mi accorsi che la grande cascata non esisteva.
Arrivò poi il giorno della partenza, quando lasciai il paesello con un grande magone e benché avessi solo sei anni , ricordo che in una scatoletta vuota di magnesia "San Pellegrino", mi ero portato un pugnetto di terra del mio paese, arrivati alla stazioncina vicino alla miniera io ed i miei compagni venimmo presi in consegna dall'infermiere della miniera, poi il primo viaggio in treno sul trenino elettrico della Montecatini fino alla stazione delle Ferrovie dello Stato.
Poi ricordo la grossa locomotiva a vapore che entrava in stazione sbuffando, avvolta in un cappa di fumo nero e di sibillante vapore.


Saliti sulle carrozze con i sedili di legno di terza classe, continuò l'avventura verso paesi sconosciuti: la stazione di Padova, poi Bologna e infine Rimini destinazione colonia Italia, ( e negli anni seguenti anche la contigua colonia Aurora)

Le tre settimane di soggiorno le ricordo come un periodo di lacrime per la nostalgia di casa,  a tale proposito una cartolina ricevuta da mia madre che per lungo tempo ho portato sotto la camicetta a contatto con la pelle; ricordo le fritture di pesce che mangiavo con gusto, era un piatto sconosciuto sul desco  di una famiglia che viveva sulle Dolomiti, poi ricordo qualche giocoliere che ci divertiva con le sue magie e qualche film che veniva proiettato all'aperto.
La "signorina" che ci accolse era una maestrina e si chiamava Ada Negri, negli anni successivi quando a scuola imparai una poesia di Ada Negri, mi sentii inorgoglito pensando fosse della mia "signorina", ignoravo che la poetessa era deceduta qualche anno prima.
Imparai dei nuovi giochi da fare in spiaggia con i tappi delle bibite o costruire i castelli di sabbia.
Quando il tempo era clemente si faceva il bagno e le passeggiate sull'arenile.
Una tragedia per me si verificò una notte quando mi svegliai  con il sangue di naso e nella luce fioca del camerone cercai il fazzoletto per tamponare il sangue e macchiai il giubbino celeste della Montecatini, venni sgridato dalla "signorina" per essermi sporcato di sangue e ritenni che non meritavo affatto il rimprovero per un evento che non era in mio potere controllare, sono passati diversi decenni ormai, ma quel rimprovero l'ho sempre considerato una vera ingiustizia.
Altro ricordo vivido: la luna rossa, enorme che si alzava dal mare, ai miei occhi di bambino, quella luna era enorme perché ero molto più vicino alla luna  rispetto al paese; poi le canzoni che ci facevano cantare la sera, una era " La montanara" che mi piaceva moltissimo poiché mi riportava sulle mie montagne e l'altra sulle note di " Addio mia bella addio..." faceva:
" Colonia Italia addio,
sola rimani qua,
Ti lascio il cuore mio
per l'anno che verrà.

Lo zaino è preparato
ed il resto l'ho con me.
ed allo spuntar del sole
io partirò da te".

Così venne il tempo dell'agognato ritorno a casa, il lungo viaggio sui treni arroventati dal sole e trainati da ansimanti locomotive con il fumo del carbone che entrava dai finestrini


 e faceva lacrimare gli occhi, la sete feroce attutita bevendo qualche sorso dal lavabo in bagno anche se una placca di ottone attorno al cannello ammoniva: acqua non potabile.
Infine di nuovo a casa con tante cose da raccontare ai familiari ed agli amici che ancora non conoscevano il treno ed il mare.
Ho ancora ben presente nella memoria quando appena ritornato a casa mi guardavo attorno con occhi meravigliati nel vedere come in tre settimane la natura fosse così rigogliosa e  di come fossero cresciute così tanto le piante di fagiolo, avevo meno di sette anni.

domenica 15 gennaio 2012

Il cinema Z******

 Ancora una riproposizione:




 il carro-abitazione del sig, Z.
Nei paesi di montagna non erano molti i diversivi che rompevano la monotonia del tran tran quotidiano.


Nei miei ricordi c'è stato un circo molti anni fa e fece scalpore un episodio, il circo era un minicirco a conduzione familiare , forse c'erano un paio di scimmie e un serpente, probabilmente un pitone che in quella trasferta, ebbe la malaugurata idea di morire di freddo e ancora molti anni dopo si rammentava questo episodio.


Ricordo anche una serata di teatro con una compagnia di guitti e poco altro, anche perchè di soldi ne circolavano veramente pochi in quegli anni di ricostruzione dopo la guerra.


Un momento importante fu quando arrivò il cinema.


Era una struttura di lamiera con un telone per copertura e quando pioveva bisognava aprire gli ombrelli per ripararsi, le panche erano di legno e prima di sedersi bisognava fare attenzione che le galline allevate dal proprietario del cinema non avessero lasciato qualche ricordino sulle panche.


La pellicole proiettate erano degli anni trenta; il cinema Z*** venne in paese due volte nel periodo primavera- estate a metà degli anni cinquanta, le pellicole erano sempre le stesse, i titoli famosi erano: "Scarpe al sole", un film sulla prima guerra mondiale girato nelle nostre zone, poi" santa Genoveffa" e "Cielo sulla palude"
un film su santa Maria Goretti che in quegli anni venne santificata da Pio XII°, per adulti era il film "La mummia" con Boris Karloff,


la cui visione era interdetta ai bambini, perché ritenuta troppo terrificante, però ricordo che dopo aver assistito alla proiezione, anche qualche adulto ammetteva di aver avuto paura a ritornare a casa, ( in quegli anni non c'era illuminazione nel paese).




Quando veniva proiettato qualche film edificante tipo "santa Genoveffa" o "Cielo sulla palude", il signor Z*** lo riferiva al vecchio parroco , il quale, durante la predica domenicale, lo comunicava ai fedeli.


La capienza del capannone credo fosse sul centinaio di persone: ricordo che il biglietto d'ingresso costava trenta lire , che difficilmente noi bambini avevamo.


Durante la proiezione, frequenti erano le interruzioni causate dalla rottura della pellicola, tutti i film erano in bianco e nero.


Alla fine del film principale, il signor Z*** entrava nel cinema, saliva in piedi su una panca delle prime file e rivolto al pubblico magnificava le trama del prossimo film che avrebbe proiettato, anche se tutti la conoscevano per aver già visto il film almeno due volte.


Mi sembra ancora di averlo davanti agli occhi il signor Z***, era bene in carne e portava i pantaloni sostenuti dalle bretelle, i pantaloni gli arrivavano al petto e dietro avevano un intaglio a V.


Quando aveva finito la presentazione concludeva declamando: " seguirà ora una camica di Ridolini" e la "camica" era la parte più interessante per i ragazzi.


Il signor Z*** era molto ingegnoso, ricordo che costruiva artigianalmente delle macchinette dove introducendo dieci lire e girando una manovella si poteva vedere qualche secondo di proiezione e con qualche diva dell'epoca un po' discinta, credo che questa sua abilità fosse un dono di famiglia , poiché ai nostri giorni i familiari producono e vendono attrazioni per luna park a livello mondiale.


Mi è rimasto un bellissimo ricordo del cinema Z******, che in quegli anni di povertà, ci ha regalato dei momenti felici.

venerdì 6 gennaio 2012

Boschi, fatiche e leggende


Fino alla metà del secolo scorso, buona parte dell'economia delle famiglie del mio paese, derivava dalle mucche che fornivano latte, formaggio, burro e carne.
Durante l' inverno, le mucche stavano nelle stalle situate di norma accanto alle abitazioni e venivano alimentate col fieno ricavato durante le stagione estiva.
Ogni metro quadro di prato era falciato fino a ore di distanza dalle abitazioni.
Durante il periodo che andava dalla metà di giugno alla metà di settembre, le vacche venivano mandate a monticare nelle malghe in alto sulle montagne, ma nel tal caso, alle famiglie proprietarie di bovini, veniva a mancare il latte con i suoi sottoprodotti e si trattava di una grossa perdita economica nelle famiglie che non navigavano nell' abbondanza, allora per sopperire alla malga, utilizzavano delle stalle chiamate "casei" disseminate nelle radure dei boschi.

Il "casel" era una rudimentale costruzione di un vano costruita su una base quadra di un muro di sassi non legati da malta che fungeva da stalla, mentre la parte superiore in tronchi ed assi con il tetto di scandole, era il fienile.
Attorno al "casel" un prato.
Quando la stalla era di due vani, si chiamava "casera" ed il secondo vano era fornito di focolare e tavolo, sopra il fienile era più spazioso e ci stava pure un letto con il materasso imbottito di fieno oppure delle foglie secche che avvolgevano le pannocchie di granoturco chiamate "foiole".
La casera veniva usata come abitazione per accudire le vacche, durante la fienagione, oppure quando si tagliava la legna nei boschi vicini.
La mattina all'alba, bisognava mungere le mucche, poi venivano affidate ai ragazzi dai dieci ai quattordici anni che le portavano a pascolare nelle radure fra i boschi,
mentre gli adulti provvedevano al taglio del fieno attorno alla casera.
A sera rientrava il bestiame per la seconda mungitura, i ragazzi e gli adulti ritornavano in paese e nelle casera rimaneva a dormire qualcuno, di solito una donna, che la mattina all'alba, provvedeva alle incombenze della mungitura.
Le casere non erano fornite di corrente elettrica, per l'illuminazione si sopperiva con candele, (molto pericolose a causa del legno e del fieno presenti in abbondanza), lampade a petrolio oppure ad acetilene, molto più sicure delle candele, perché la fiamma era protetta e la base di appoggio più stabile.
La donna che rimaneva nella casera, consumava una modesta cena, di solito una minestra, o una scodella di latte con una fetta di polenta fredda avanzata a mezzogiorno, poi le rimaneva qualche momento di riposo, da trascorrere con i suoi pensieri e una preghiera, seduta sulla panca all'esterno, assaporando gli odori intensi che impregnavano l'aria.
Odore caldo delle vacche, odore di fumo del ceppo che ardeva nel focolare, odore penetrante del fieno in fermentazione, odore della terra del vicino bosco odore, della resina delle piante, odore di fatiche, mentre il profilo delle montagne di fronte, si perdeva nel blu cobalto del cielo.
Arrivava presto il momento di sdraiarsi sul letto nel buio e nell'assenza dei rumori tipici di una casa.
Spesso il riposo era agitato dai ricordi di tutti i racconti che fin dall' infanzia si erano sentiti ripetute volte, racconti che parlavano di streghe, di folletti, di dannati, di spiriti.
Allora il silenzio che sembrava totale, si animava di rumori, lo schiocco di un ramo secco che si spezzava, il tonfo di un ramo che cadeva al suolo, lo scricchiolio delle piante sotto la torsione di un refolo di vento o il sibilare del vento che si infilava fra le fessure, oppure qualche animale.
Ricordo il racconto di una mia prozia che era rimasta sconvolta dalla "catha salvarega", letteralmente la caccia selvaggia, si narrava delle anime dannate dei cacciatori che la domenica, anziché andare alla messa, andavano a caccia, poi venivano condannati ad essere perennemente inseguiti per i boschi da una muta di cani inferociti che latravano ed abbaiavano e ringhiavano, la zia Marietta era rimasta terrorizzata, anche se una volta mi aveva confessato che forse si trattava di volpi innamorate e quella era sicuramente la realtà.
Poi c'era il "Matharol" un folletto vestito di rosso che girava incessantemente per i boschi ed era molto dispettoso nei confronti degli uomini.
Si diceva che il "Matharol" rapiva i bimbi, li portava nel bosco, li rimpinzava di frutti di bosco, di polenta intinta nel latte oppure di croste di polenta, poi, dopo un paio di giorni i bambini erano rimandati a casa.
Bisognava stare molto attenti nei boschi, perché mettere un piede sull'impronta del "Matharol" significava perdere la cognizione del tempo e dello spazio; quando qualcuno nella vita era molto sfortunato, si diceva. " el à balegà sulla peca del Matharol", cioè: ha calpestato l' impronta del Matharol, e da qui la sfortuna l'avrebbe perseguitato per sempre.
Il Matharol faceva poi altri dispetti, come mungere la mucche di nascosto, poi la mattina non davano più latte, oppure era malizioso con le ragazze, si trasformava in un gomitolo di lana pregiata, la fanciulla che lo trovava lo poneva nell' ampia camicia allora il Matharol saltava dalla scollatura canzonando la fanciulla: "Ti ho toccato le tettine, ti ho toccato le tettine..."
Un altro personaggio che girava per i boschi, era " el om salvarech"


l'uomo selvatico, questo cercava di evitare gli uomini, era vestito di licopodio, una specie di muschio , però si narra che una volta durante un furioso temporale si riparò in una casera e vedendo che mungendo le vacche, non riuscivano a togliere le impurità che cadevano nel latte, così per riconoscenza insegnò agli uomini primitivi a filtrare il latte usando un filtro della particolare erba di cui era vestito.
Ancora ai nostri giorni, si usa ricordare " el om salvarech", con una persona vestita di licopodio , con una pianta di betulla per bastone.





Un pericolo, ma solo per gli uomini era il "Martorel", una specie di lupo che di notte aggrediva gli uomini e li rapinava, così quando l' uomo arrivava a casa sconvolto e senza soldi, con la scusa di aver incontrato "il Martorel" giustificava il fatto di aver scialato i pochi soldi in bicchieri di vino all' osteria, però provvidenziale questo Martorel, arrivava sempre nel momento giusto!
C' erano poi la streghe che di notte ballavano nelle radure e se qualche malcapitato le scorgeva, poi lo rapivano e non tornava più, si racconta di un boscaiolo che dopo aver assistito ad una danza delle streghe, era stato scorto da una strega bellissima che voleva portarlo via, ma il boscaiolo furbo, le disse; Vengo volentieri con te, ma prima devo finire di aprire questo tronco, se mi aiuti, facciamo presto, tu devi mettere le mani nella fessura e divaricare mentre io metto un altro cuneo.
La strega prontamente mise le mani nella fessura, allora il boscaiolo con un colpo bene assestato fece volare il cuneo che teneva aperto il tronco, la fessura si richiuse imprigionando dolorosamente le mani della strega che urlando dal dolore si trasformò in una vecchia laida, però il boscaiolo riuscì a scappare scendendo a valle e mettendosi in salvo.
Poi c' erano molti altri racconti, anche molto macabri che tornavano alla memoria e nella solitudine della casera il sonno si popolava di incubi, fortuna che le notti estive erano molto corte ed in breve ritornava la luce e le vacche cominciavano a muggire perché era già l' ora della mungitura.

domenica 1 gennaio 2012

un ricordo

 Riproposizione di una storia di miseria veramente accaduta:
 
 


Questa è una storia un po' cruda, ma quanto descritto, purtroppo, è veramente successo nella prima metà degli anni 50.



Un mio amico e coetaneo, all'età di circa sei anni, durante l'estate, si trovava con i familiari per la fienagione in una radura spersa fra i boschi; la fatalità volle che il poveretto fosse punto da una vespa o un calabrone sul glande del pisellino e tale puntura, gli provocò la chiusura del canale uretrale.



Il piccino non venne portato dal medico, quasi sicuramente a causa della mancanza di denaro per pagare il professionista, ma da una signora che risolse il problema con un ago arroventato, praticando un forellino a fianco dell'ostruzione.

foto del mio amico nel giorno della prima comunione circa all'epoca del fatto narrato


Fu così che, da allora, il fanciullo per l'operazione di liberare la vescica impiegava una decina di minuti .



Abitavamo in un paese di alta montagna e in quegli anni la neve ci visitava abbondantemente e  frequentemente; il mio amico era il primo che andava alla messa mattutina e le tracce del suo passaggio spiccavano sulla neve fresca in una lunga e sottile linea gialla in quelle ore antelucane nel paese deserto e addormentato con una misera lampadina dalla luce molto fioca ogni cinquantina metri per l'illuminazione, poi col passare degli anni, le tracce sulla neve, non portavano più verso la chiesa, ma si perdevano nei dintorni delle osterie, dove lui annegava la solitudine, infine un quarto di secolo or sono, la cirrosi gli regalò la pace.



Ora, quando ritorno al paese, passo a fare il giro del cimitero per un ricordo e un pensiero ai molti che mi hanno preceduto e ogni volta rivedo il sorriso, un po' triste, del mio sfortunato amico.



Ancora non riesco a capacitarmi di quanto fosse dura la vita in montagna e come imperasse la miseria fino agli anni sessanta, quando, finalmente, con il boom economico il benessere arrivò anche lassù.

domenica 25 dicembre 2011

Lavoro estivo




Quando frequentavo la scuola, durante le vacanze estive, per racimolare qualche soldo per pagare i libri, per un paio di estati, sono andato a lavorare in una colonìa del Demanio dello Stato.
Erano altri anni, perché non ricordo di aver mai trovato nessun documento della Previdenza Sociale relativo a quei mesi di lavoro, non so come venissero valutati ai fini previdenziali, sul mio libretto di lavoro non risultano, pertanto credo si trattasse di lavoro nero e il datore di lavoro era lo Stato; decisamente altri anni.
La prima volta si era trattato della raccolta del fieno in una fattoria tra le montagne, partivo da casa all'alba, circa cinque km a piedi fino alla fermata del pullman verso le sette arrivavo alla fattoria.
Non era un lavoro particolarmente pesante, poiché il grosso del lavoro consisteva nel
girare l'erba per seccarla bene, poi caricare il fieno sul trattore, la fattoria era all'avanguardia , all'epoca, come meccanizzazione.
L'estate successiva invece con diversi altri studenti, siamo stati impiegati dalla Guardia Forestale per fare delle piantagioni in alta montagna.

Il gruppo dei Monti del sole; a destra parte il sentiero che porta fino al picco al centro della foto, il pianoro avanti al picco è il sito dove si scavavano le buche, la costa del monte in secondo piano è il posto dove è avvenuto l'incontro con la biscia gigante.


Bisognava essere al punto di ritrovo alle sette di mattina, poi almeno un'ora di camminata (retribuita) per arrivare sul posto di lavoro in una zona che ancora al giorno d'oggi è rimasta selvaggia.
Era un sito dove abbondavano le vipere, difficilmente passava una giornata senza scorgerne nessuna.
Noi dovevamo scavare delle buche nel terreno sassoso, per mettere a dimora gli abeti.
Eravamo una quindicina di ragazzi giovani ed esuberanti, ci divertivamo come matti, ma il lavoro prodotto era scarso.
La quota pro capite di buche da scavare era di cinquanta , in teoria,eravamo controllati da una guardia forestale, per ogni buca completata si doveva urlare il numero perché l'agente della forestale sapesse quante ne avevamo ultimate, pertanto si urlava: uno, due, tre,sette, otto, quattordici, quindici, ventinove , in pratica dopo una quindicina di buche scavate, avevamo già chiamato tutti i numeri fino a cinquanta e la giornata di lavoro era finita, veramente qualche volta il forestale contestava il numero, ma un po' di contrattazione aggiustava tutto e contrattando si consentiva agli amici di sballare la loro numerazione distraendo il funzionario.
Un episodio mi è rimasto impresso: c'era un anziano agente della guardia forestale di nome Mosè che da una vita girava a controllare le montagne nei posti più impervi, sempre assieme al suo cane lupo; erano tutti e due di pelo rossiccio, il cane era un cacciatore acerrimo di vipere; durante la fienagione se era nelle vicinanze e vedeva qualcuno battere il rastrello per terra, arrivava come una saetta, perché sapeva che c'era una vipera e l'ho visto azzannarne parecchie, qualche volta era lui la vittima del rettile, ma se veniva morso, sonnecchiava un paio di giorni poi vispo come prima.
Dunque quel giorno arrivarono tutti e due dove stavamo lavorando, il forestale era molto agitato e stava male tanto da vomitare, era sconvolto, perché lungo il sentiero per arrivare da noi, aveva scorto un serpente di dimensioni enormi e benché fosse sempre armato il terrore l' aveva colto quando aveva visto il cane scappare uggiolando, e lui dietro in preda al panico.
Rimase con noi fino al termine della nostra giornata, da solo non aveva più il coraggio di tornare.
Al nostro ritorno ci siamo fermati dove lui asseriva di aver visto la biscia mostruosa, però noi non abbiamo visto niente, neanche i giorni successivi, conoscendo l'agente della forestale come uno che frequentava da anni le montagne più selvagge e con una profonda conoscenza delle stesse, cosa potesse aver visto resta un mistero, ma sicuramente qualcosa di terrificante aveva visto.

Periodicamente la cronaca narra di qualche incontro con serpenti di grosse dimensioni, generalmente nel greto dei fiumi; di solito sono pitoni oppure boa che qualche emigrante porta da paesi esotici come souvenir e quando raggiungono dimensioni considerevoli se ne libera con scarso senso civico, difficilmente questi animali tropicali sopravvivono ai rigori dell'inverno a condizione che non riescano a trovare qualche tana riscaldata, magari dove passano tubi di acqua calda, come è realmente accaduto qualche anno fa.
A distanza di decenni non mi è mai giunta voce, che nel sito dove Mosè aveva visto il rettile gigante, qualcuno avesse visto qualcosa di simile, ma sono montagne pochissimo frequentate, aspre, selvagge e di scarso interesse panoramico.
Si chiamano Monti del sole.